LE COSE PRINCIPALI CHE HO FATTO FINORA

Nella vita ho scelto di occuparmi di conservazione, restauro e gestione di ecosistemi.   “Il mestiere del domani”, si diceva allora.   Per fortuna non ci ho mai creduto.   Ho scelto il mio lavoro perché mi interessava e perché mi pareva utile, non perché pensassi che alla maggioranza delle persone interessasse gran che.

La conservazione della Natura è sempre stata di competenza delle amministrazioni pubbliche che la hanno sempre considerata un’operazione d’immagine; al più un modo per sviluppare il turismo.   Ho quindi avuto occasione di essere coinvolto in molti progetti,  quasi nessuno dei quali ha avuto un seguito perché c’erano sempre cose più importanti da fare.   Grazie al mio lavoro, ho però avuto modo di imparare molte cose, visitare luoghi che non esistono più e conoscere persone interessanti.

 

Gioventù randagia

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Da quando avevo 13 anni ho cominciato a passare tutto il tempo possibile camminando sui monti dalla Marsica, delle Alpi e della Sila.   Dapprima con amici e parenti, ma molto presto da solo per poter osservare ed ascoltare con calma gli elementi, i luoghi, le piante e gli animali.   Una scuola che mi ha insegnato moltissimo.

Paracelso diceva che “Chi vuole imparare dal grande libro della Natura deve camminare sulle sue pagine”.

 

 

 

La mia famiglia

jacopo-e-angelaLa mia passione per le montagne ed i boschi fu presto premiata: in Sila incontrai la ragazza con cui mi sono poi sposato.   Abbiamo avuto 2 figli ed una storia lunga più di 40 anni.

 

 

 

 

 

Afghanistan

BAGRAM AIR FIELD, Afghanistan -- Lush greenery stands in stark contrast to the surrounding desert in Laghman Province, Afghanistan September 7, 2008. In the harsh climate of Afghanistan, towns are often huddled around local waterways. (U.S. Air Force photo by Staff Sgt. Samuel Morse/Released)

Nel 1977 ebbi l’occasione di aggregarmi in qualità di autista factotum ad una spedizione dell’Università di Firenze in Afghanistan.    Sicuramente il viaggio più entusiasmante che abbia mai fatto, non solo per il fascino dei luoghi, ma anche per la fierezza della gente.    La missione fu un successo ed in settembre volgemmo verso casa, certi di tornare l’anno seguente.

Una quindicina di giorni dopo la nostra partenza le prime truppe sovietiche attraversavano il confine.   Tutti i nostri anici afghani sono morti e siamo ancora molto lontani da vederne la fine.

 

Il Parco Nazionale del Pollino

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Il primo incarico professionale che ebbi fu nel 1981, quando entrai a far parte di un gruppo interdisciplinare incaricato di redigere i progetti esecutivi per il Parco Nazionale del Pollino.   All’epoca ero molto giovane e non ancora laureato, ma il coordinatore del gruppo, architetto Guido Ferrara, era un uomo privo di pregiudizi e molte delle mie idee entrarono nel progetto definitivo.   Quel primo incarico riguardava solo il versante lucano del massiccio, ma negli anni successivi lo studio fu esteso anche al versante calabrese.

Alla fine quasi niente di quei progetti fu realizzato e ad oggi il Parco Nazionale del Pollino è uno dei tanti parchi che esistono più sulla carta che sul terreno.   Ma per me fu l’occasione per conoscere dei veri professionisti  ed imparare molte cose, sia su come funzionano gli ecosistemi, sia su come funzionano le amministrazioni pubbliche.

Nell’insieme, il progetto era impostato in maniera molto innovativa.   In un’epoca in cui la parola “agriturismo” ancora non esisteva e lo sviluppo turistico era concepito esclusivamente come costruzione di villette ed alberghi, il “progetto Ferrara” non prevedeva neanche una casa in più.   Viceversa, prevedeva di concedere ad ogni agricoltore il permesso ed il finanziamento per ampliare la fattoria  con due – tre stanze per i turisti.   Lo scopo era quello di distribuire il flusso di visitatori e far pervenire i vantaggi direttamente ai contadini, a condizione che mantenessero tutta una serie di attività tradizionali da cui dipendeva in buona parte la biodiversità del Parco.   Molta attenzione era anche posta nell’evitare l’apertura di strade, la captazione di sorgenti, il taglio commerciale dei boschi.    Viceversa si prevedevano interventi importanti per la reintroduzione di specie estinte e la tutela dei centri storici.

Insomma, esattamente il contrario di quello che avevano in animo di fare le amministrazioni competenti che pagarono il lavoro per poi accantonarlo, perseguendo un ben più “concreto” concetto di sviluppo (strade e villette).   Fortunatamente in gran parte abortito.

 

La Somalia

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Negli anni ’80 ebbi l’occasione di recarmi varie volte in Somalia; due di queste volte in missione per il Ministero degli esteri (cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo).    All’epoca la sovrappopolazione, il bracconaggio ed assurdi interventi internazionali avevano già fortemente degradato gli ecosistemi e sterminato gran parte della fauna.   La corruzione era la regola ad ogni livello e le persone capaci non erano quelle che facevano più carriera.   C’erano zone infestate da banditi ed era necessaria prudenza, ma si stava bene e nessuno avrebbe allora immaginato quale inferno senza uscita sarebbe di lì a poco diventato il paese.

La prima missione era finalizzata a verificare la possibilità di convertire un’immensa azienda zootecnica realizzata dalla CEE e prontamente fallita in una “game farm”.    Vale a dire in un allevamento estensivo di ungulati selvatici, analogamente a quanto all’epoca si cominciava a fare con notevole successo in altri paesi africani.   Tornammo con una proposta operativa per la conversione.    Avemmo l’onore di essere ricevuti da uno dei maggiori dirigenti del Ministero degli esteri che ci spiegò che, personalmente, era convinto che la nostra idea fosse valida e che la avrebbe sostenuta, ma che era anche certo che non sarebbe stata finanziata perché “costa troppo poco”.   Un’importante finestra sul mondo mi si aprì.

La seconda missione era invece finalizzata ad individuare le aree idonee a realizzare una rete di riserve capace di conservare la maggior parte della straordinaria biodiversità del paese.   Fu l’occasione di visitare un mondo che non esiste più.   Come è andata a finire lo si sa.

Nel complesso fu un’esperienza illuminante che mi permise  di capire alcune cose importanti:

  1. Che il degrado dell’ambiente e quello della società sono correlati
  2. Che la disponibilità di denaro facile (gli aiuti internazionali erano all’epoca consistenti) alimenta la corruzione, il degrado ambientale e la distruzione di risorse.
  3. Che un sistema complesso può evolvere in modo graduale, fino a raggiungere un punto di rottura (nella fattispecie fu la guerra dell’Ogaden) oltre il quale la situazione precipita in modo incontrollabile.

 

L’evoluzione dei cerambicidi.

cerambiceTra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 ho avuto una serie di borse di ricerca dal Centre National pour la Recherche Scientifique.   Lavoravo al Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi  occupandomi di tassonomia ed evoluzione di alcuni coleotteri molto arcaici.   Fu una grande occasione per lavorare insieme a  ricercatori di fama mondiale, ma dovetti abbandonare per motivi di famiglia.

 

 

 

 

Il mancato Parco del Monte Albano

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A parte la celeberrima villa di Artimino, il Monte Albano contiene ancora oggi interessanti resti delle strutture e delle sistemazioni fondiarie realizzate dai Medici, quando questa era una delle loro principali tenute di caccia.   Ma se detenevano i diritti di caccia, non erano però proprietari di gran parte dei terreni agricoli della zona.   Di conseguenza, dovevano pagare i danni che la selvaggina (cervi, cinghiali e caprioli) arrecavano alle colture altrui.   Alle lunghe, trovarono che era meno costoso recintare con un muro la fascia boscata sul crinale del monte, prevedendo vari cancelli perché i contadini conservavano comunque il diritto di legnatico e di fungatico.   Una situazione complessa che era tornata d’attualità a seguito della recente reintroduzione del cinghiale, estinto da tempo.

L’idea era di ripristinare con tecnologie moderne il tipo di gestione territoriale di un tempo, con i diritti di caccia detenuti da un consorzio di cacciatori che, in cambio, provvedevano a ripristinare la recinzione ed a pagare gli eventuali danni agli agricoltori.   A latere di questo intervento, il progetto prevedeva una serie di azioni per sviluppare l’agriturismo in un epoca in cui, ancora, si trattava di ospitare i visitatori nelle fattorie e non in lussuosi alberghi con piscina, come oggi.

Ma la cosa non ebbe seguito.

 

Il Parco agricolo di Firenze-Prato.

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Questa vasta zona situata fra Sesto e Firenze avrebbe dovuto diventare uno dei “polmoni” della caotica conurbazione che occupa oramai quasi l’intera pianura tra Firenze e Pistoia.   All’epoca era una distesa di campi riarsi in estate e fangosi d’inverno, intersecata da una rete di canali che un tempo erano stati ruscelli.    Tutto intorno squallide periferie, discariche, l’autostrada, l’aeroporto.

La mia idea era che fosse possibile riportare un po’ di vita e cambiare drasticamente il paesaggio impiegando una minima parte della superficie disponibile.   Il primo problema era quello dell’acqua.   Tutti i torrenti che scendono dal Monte Morello erano infatti stati captati e prosciugati, solamente le fogne portavano ancora del liquido.    All’epoca era prevista la costruzione del depuratore di Firenze e quelle fognature era previsto che vi arrivassero, come in effetti è poi stato.    La mia prima proposta fu di realizzare invece una serie di fitodepuratori, uno per ogni collettore fognario, in modo da poter poi immettere i reflui trattati nei fossi disseccati della piana.   Naturalmente, sarebbe stato necessario approfondire e verificare la fattibilità della cosa, ma l’Amministrazione non ritenne utile farlo.

La mia seconda proposta fu di non espropriare un piccolo pezzo in mezzo per realizzare uno spazio pubblico, bensì di espropriare una sottile fascia a cavallo di ognuno dei fossi per realizzarvi sentieri, alberature e tutta una serie di piccoli interventi di riqualificazione ambientale.   In tal modo, a parità di superficie pubblica, si rendeva pienamente fruibile l’intera piana, si mascheravano le brutture circostanti, si miglioravano le condizioni agronomiche dei campi.   Ma neppure questa idea fu trovata interessante e la mia collaborazione al progetto finì.

 

La salinizzazione della Versilia

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Sui libri di scuola si legge ancora che Viareggio e dintorni sono importanti per la floricoltura, ma oramai si tratta di un’attività residuale.    Molti fattori hanno giocato: alcuni di tipo commerciale, altri di tipo ambientale.   Fra questi, i due principali sono il degrado dei suoli, sottoposti a trattamenti chimici e fisici letteralmente mortali, ed il progressivo infiltrarsi di acque salmastre nelle falde freatiche da cui attingono i pozzi; fin nell’entroterra.

Di questo ultimo aspetto mi occupai coordinando un gruppo interdisciplinare, finanziato dalla Regione Toscana.   Producemmo un rapporto in cui si spiegavano cause ed effetti del fenomeno, legato prevalentemente all’eccessivo sfruttamento della falda acquifera da parte di una miriade di pozzi abusivi, ma soprattutto da parte delle idrovore del locale Consorzio di Bonifica.   Il documento illustrava inoltre un modello di intervento articolato in numerose azioni di breve, medio e lungo periodo opportunamente sinergiche fra loro.   La Regione organizzò una presentazione pubblica del lavoro che ricevette numerose lodi e nessun seguito.

 

Il Parco Regionale delle Alpi Apuane

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Quando fui nominato come membro del Consiglio Direttivo del Parco Regionale delle Alpi Apuane ero era già abbastanza grande da sapere come funziona il mondo, ma ciò nondimeno fu la più frustrante delle mie esperienze.

Ebbi modo di verificare che, in buona sostanza, il Parco è gestito dai sindaci della zona i quali hanno una priorità: favorire la crescita economica che, in zona, significa una cosa sola: cave.   Il fatto che queste montagne, ancora oggi e malgrado tutto, conservino una biodiversità che ha pochi confronti nei paesi a clima temperato non interessa nessuno.   Si sapeva a priori e così mi dedicai a studiare il fenomeno sotto il profilo puramente economico.   Il risultato fu sorprendente:

  1. L’intero settore lapideo ruota intorno ad alcune decine di persone che ci guadagnano, letteralmente milioni ogni anno, al netto di tutte le spese e le tasse.
  2. Ci lavorano dalle 2 alle 3.000 persone divise fra due provincie, alcune centinaia delle quali con degli eccellenti stipendi.
  3. La comunità si fa carico di costi che sono perlomeno 10 volte superiori a ricavi lordi, sotto forma di distruzione fisica del territorio, devastazione delle strade, incidenti, inquinamento, opere pubbliche destinate esclusivamente a questo commercio, eccetera.   Questi costi ricadono sulla comunità che, quindi, di fatto viene pesantemente tassata per mantenere in piedi un’attività su cui lucrano in pochissimi.
  4. E’ tanto vero, che i comuni con cave importanti sul loro territorio sono anche i più poveri.
  5. La maggior parte delle persone non capiscono che le cave stanno letteralmente distruggendo non solo le montagne, ma anche l’economia della zona.   Neppure quando glielo si spiega.   Poiché le cave sono state in passato la principale fonte di reddito di tante famiglie, non pare possibile capire che, cambiando tecnologie e mercato, adesso siano diventate la principale fonte di miseria per tutta la zona.

cervaioleForse gli amministratori di queste zone non hanno riflettuto sul fatto che le cave apuane non solo distruggono i pascoli ed i sentieri di montagna.   Inevitabilmente alterano ed inquinano le falde acquifere in una zona che, malgrado i ricorrenti nubifragi e le alluvioni, ha perduto circa il 30% della piovosità storicamente documentata.   Ma non si tratta solo di questo.

Il tipo di politica industriale adottato dagli imprenditori e sostenuto dalle istituzioni (in primis comuni e parco) verte quasi esclusivamente sull’esportazione di materiale grezzo e per sostenere questa strategia gli enti hanno fatto carico al contribuente di opere come l’ampliamento del porto di Carrara e la Via dei Marmi.   Porto di Carrara che ha devastato le spiagge fino a Cinquale.   Danni che ci si è poi sforzati di mitigare con scarsi risultati, sempre a spese del contribuente.   Ma ancora non basta.

A parte la citata via del marmi, il traffico pesante ingorga e devasta le strade provinciali la cui manutenzione costa parecchie centinaia di migliaia di euro all’anno, e tuttavia le strade stradali permangono costantemente sinistrate per l’eccessivo carico cui sono soggette.

La citata via dei Marmi è costata la contribuente parecchi milioni e serve esclusivamente all’esportazione del marmo. I proprietari delle cave non hanno contribuito alla costruzione e non concorrono alla manutenzione.

Perfino il Lago di Porta, è toccato.   La discarica di Cava Fornace (sita a monte del lago) avrebbe dovuto accogliere marmettola.   Ma la politica commerciale adottata ha provocato la chiusura di quasi tutti i laboratori, malgrado i volumi estratti siano aumentati.   Migliaia di persone hanno gradualmente perso il lavoro e la marmettola quasi non c’è più; così omarmoggi in quella discarica si conferiscono i fanghi di dragaggio del porto la cui costruzione ha ucciso i laboratori.   Ed i fanghi sono pericolosi per le acque, per il lago, per tutti.   I percolati devono essere portati altrove e costa troppo, così il contribuente probabilmente dovrà farsi carico di un’id
onea fognatura.

Forse gli estensori di queste norme non hanno riflettuto sul fatto che il saccheggio del marmo apuano ha devastato non solo i monti, ma l’intero territorio, ogni aspetto dell’economia locale, le finanze degli enti territoriali, la credibilità della classe dirigente,  la capacità stessa delle persone di capire perché ogni anno sono più povere.

 

Il Lago Sibolla

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Il lago Sibolla è noto fin dal XIX secolo per la sua straordinaria biodiversità.   Quando ebbi il primo incarico dalla Provincia di Lucca per il suo restauro ne rimaneva ben poco, eppure è stato uno dei pochi progetti che hanno sortito dei risultati concreti.   Parziali, ma sostanziali.

La mia prima preoccupazione fu di riportarci l’acqua, sembrava che nessuno trovasse strano che un lago fosse senza acqua.   Poi concentrai le scarse risorse disponibili per contrastare la prepotenza della gaggia: un arbusto introdotto dal nord America che stava soffocando tutte le altre piante.

Dopo dieci anni di lavoro, la situazione è ancora molto lontana da quella che dovrebbe essere, ma la Riserva di Sibolla è una delle pochissime aree protette in cui la situazione, in questo periodo, è migliorata anziché peggiorare.   I livelli idrici sono aumentati e su circa un terzo della superficie alcune delle specie originarie hanno ripreso il sopravvento.Immagine 594

In tempi di crisi le prime cose cui si rinuncia sono quelle inutili e così Regione, Provincia e Comune hanno tagliato i finanziamenti.

Ma nell’autunno del 2014 ho personalmente trovato in Sibolla una piccola pianta molto rara (Riccia fluitans) che non era mai stata trovata in Toscana, neppure nel secolo scorso.   Ed in questa stessa estate è tornata la spatola, un trampoliere anch’esso molto raro, localmente estinto da tempo immemorabile.

 

spatolaCertamente l’estate insolitamente piovosa ha aiutato, ma è comunque stata una grande soddisfazione.   Se anche il progetto dovesse essere abbandonato, non sarà stato inutile.

 

 

 

 

 

 

Il Lago di Porta.

Lago_di_portaCon il Lago di Porta non mi sono incontrato per ragioni professionali, ma perché fui nominato nel Comitato di Gestione che ne deve curare la conservazione ed il restauro.   Anche in questo caso una parte consistente del lavoro è quella di difendere la trincea ed alcune battaglie importanti sono state comunque perdute, prima fra tutte quella contro gli abusi edilizi che qui raggiungono il parossismo.   Oppure quella con il Consorzio di bonifica, che ritiene un suo preciso dovere distruggere ogni traccia di vegetazione nei corsi d’acqua.    Altre sono ancora in corso, ma alcune sono state vinte, ad esempio è stato possibile rialzare il livello dell’acqua, anche se ancora non abbastanza, specialmente in primavera.

E’ stata un’esperienza fra luci ed ombre, ma nel complesso positiva: qualche miglioramento c’è stato e molti disastri sono stati evitati, o perlomeno mitigati.

 

 

15 anni di volontariato ambientalista.

Julia-angela-milena-jacopoLe decisioni dipendono dagli amministratori e questi dipendono dai risultati elettorali.   In base a questo banale ragionamento, per quindici anni mi sono dato all’attivismo ambientalista.   Fin da bambino a scuola raccoglievo fondi per il WWF, ma da adulto divenne un impegno prioritario cercare di convincere la gente che, almeno su scala locale, non potevamo continuare a saccheggiare il territorio.

Sono stati anni estremamente faticosi, ma anche istruttivi.   Non sono riuscito a convincere nessuno, ma ho avuto modo di incontrare persone straordinarie come Julia Butterly Hill (nella foto), Ivan Illich, Serge Latouche, Edgar Morin ed altri assai meno famosi, ma non meno interessanti.

 

 

Effetto Risorse

SenecaCliffStanco di sbattere contro il muro di gomma delle pubbliche amministrazioni, ma non di cercare di convincere i miei simili a salvare il poco che rimane del nostro pianeta, ho avuto la fortuna di incrociare su internet il Prof. Ugo Bardi che gentilmente mi ha offerto uno spazio sul suo bolg “Effetto Risorse”, (già “Effetto Cassandra”.   Per uno come me addentrarsi nel mondo virtuale di internet è estremamente faticoso, ma anche stimolante.   Ancora una volta, ho avuto modo di incontrare persone interessanti ed imparare da loro.

 

 

La permacoltura

jacopo-7Quando, alla fine degli anni ’90, scoppiò la bolla della “new economy”  in famiglia ci convincemmo che, presto o tardi, l’economia globale sarebbe collassata.   Fino ad allora queste cose le avevamo studiate sui manuali e nei modelli, ma in quel momento avvertimmo chiaramente che non si trattava di teorie, bensì di un’ineluttabile destino.   E che non sarebbe successo da qualche parte nel mondo, bensì a noi ed ai nostri figli.

Dopo aver cercato senza fretta, ma con tenacia, abbiamo cominciato a lavorare con degli amici per convertire in permacoltura una piccola fattoria, abbandonata da almeno 30 anni.   I severi limiti di tempo e di denaro disponibili hanno fatto avanzare il lavoro con molta lentezza.   Ancora una volta, enti ed istituzioni che teoricamente dovrebbero agevolare questo tipo di iniziative ci hanno creato non pochi ostacoli, ma finora ogni difficoltà è stata superata grazie all’aiuto di amici e vicini di casa.   Essere aiutati è stata per noi un’esperienza nuova.

“Pensa globalmente ed agisci localmente” acquista un senso particolare quando dividi il tuo tempo fra lo studio della dinamica delle strutture dissipative complesse e la piantagione dei broccoli.